di Francesco Bellino (filosofo)

Dal cambiamento della società alla metamorfosi del mondo.

 “C’è un modo di contribuire al cambiamento, ed è quello di non rassegnarsi”, afferma lo scrittore argentino justifySabato. Per non rassegnarsi al cambiamento occorre comprenderlo. Il cambiamento in atto, però, non è un oggetto, che, come vuole la sua etimologia (ob- jectum, posto innanzi), sta fuori di noi, davanti a noi, perché  siamo dentro il cambiamento e il cambiamento ci costituisce.

Non è facile comprendere il cambiamento in corso, perché non è facile comprendere il presente. C’è sempre uno scarto tra l’evento e la coscienza. “La nottola di Minerva spicca il volo al calar della sera”(Hegel) ovvero la ragione è in ritardo sull’immediato, la conoscenza prende il volo quando gli eventi sono già accaduti.

Non solo l’ignoranza, ma anche la parcellizzazione e la superspecializzazione del sapere rendono sempre più complessa la conoscenza della realtà e delle parti nel tutto.

A questi fattori si aggiunga la rapidità travolgente dei cambiamenti, quello che Goethe ha chiamato das Veloziferische.

Il risultato di queste osservazioni è il rischio di non riuscire più a capire il mondo e la storia, di vagare confusi, senza una meta.

Proprio per provare a capire e spiegare perché non capiamo più il mondo, il pensatore e sociologo tedesco, Ulrich Beck, nel suo ultimo libro, pubblicato postumo, La metamorfosi del mondo (Laterza, Bari 2017), non parla di cambiamento sociale, né di trasformazione, né di evoluzione, di rivoluzione, di crisi, ma di metamorfosi, perché coinvolge la natura dell’esistenza umana e il nostro modo di essere nel mondo.

Beck introduce la distinzione tra cambiamento nella società e metamorfosi del mondo. Il cambiamento concentra l’attenzione su una caratteristica del futuro nella modernità – la trasformazione permanente -, mentre i concetti di base, e le certezze su cui poggiano, rimangono costanti. La metamorfosi, invece, è una trasformazione così radicale, che le vecchie   certezze della società moderna vengono meno e nasce qualcosa di totalmente nuovo, proprio come un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa, il famoso personaggio kafkiano, “si trovò trasformato in un insetto”.

La metamorfosi genera uno choc di fondo, perché manda in frantumi quelle che fino a quel momento erano le costanti antropologiche della nostra vita e della nostra visione del mondo. Rende reale e possibile ciò che fino a ieri era impensabile. Beck cita alcune metamorfosi degli ultimi decenni: la caduta del Muro di Berlino, gli attentati dell’11 settembre, il catastrofico mutamento climatico in tutto il mondo, il disastro del reattore di Fukushima, fino alla crisi della finanza e dell’euro e alle minacce alla libertà create, come ci ha rivelato Edward Snowden, dalla sorveglianza totalitaria nell’era della comunicazione digitale.

La metamorfosi digitale  sta producendo un nuovo quadro di riferimento, ancora quasi totalmente sconosciuto, che è costituito da una nuova classe digitale anonima transnazionale, che si avvale della cosmopolitizzazione digitale come di una risorsa di potere per rimodellare il mondo, col pericolo di generare una nuova forma di controllo totalitario, dietro le apparenze di una democrazia e di un dominio della legge perfettamente funzionanti.

Sta nascendo un nuovo impero digitale, che sfida sia lo Stato-nazione che il cittadino. Gli individui consapevolmente e inconsapevolmente producono oceani di dati, dai social media ai telefonini portatili, alle carte di credito e diventano trasparenti come il vetro. Sono quantità numeriche appartenenti al mondo della statistica, che guarda agli ordini di grandezza e non ai dettagli. L’individuo diventa il punto di riferimento, ma non conta più nulla: annega nella massa inimmaginabile dei dati.

La metamorfosi digitale sta sganciando la prossimità sociale dalla prossimità geografica e appannando la differenza tra finzione e realtà, tra online e offline. La scienza computazionale cerca di capire il mondo senza doverlo osservare, non con una simulazione, ma con un calcolo, preciso,  indistinguibile dalla realtà.

Il rapporto uomo-mondo è sempre più mediato dalla tecnologia. La visione matematica della realtà, messa in atto da Cartesio, Galileo e dalla scienza moderna, sta modificando il nostro concetto di realtà.

Nella cultura pre-moderna la tecnologia non era autonoma, era strumentale e sottoposta al sistema socio-culturale. Era la cultura religiosa, sociale, giuridica e non la tecnologia a dare le categorie per pensare e per agire.

Nella cultura moderna prende piede la tecnocrazia. In una tecnocrazia le invenzioni tecnologiche non vengono integrate nella cultura, ma attaccano la tradizione, i costumi,  la politica, la religione e cercano di diventare la cultura. L’orologio meccanico introdusse una nuova concezione del tempo; la stampa con i caratteri mobili ridimensionò la tradizione orale; il telescopio minò  alcuni assunti della teologia giudaico-cristiana.

Koestler definì Copernico, Keplero, Galileo “i sonnambuli” (the sleepwalkers): guardarono non al Cielo, per trovarvi finalità e significato all’esistenza, ma ai cieli, dove non trovarono altro che equazioni matematiche e moduli geometrici. Perché “ i conti tornino” Galileo propose di “diffalcare gli impedimenti della materia” ovvero di sottrarre quanto si opponeva alla matematizzazione, come la tara viene sottratta al calcolo del peso netto.

Ora siamo passati al tecnopolio. Il tecnopolio assoggetta tutte le forme della vita culturale alla tecnologia, rendendo ogni alternativa invisibile e quindi irrilevante.

Aldous Huxley in Brave New World (1932) in modo fantastico-satirico ci prefigura e rappresenta emblematicamente una società pianificata in nome del razionalismo produttivistico, disumanata, dove ogni emozione, ogni sentimento, ogni pensiero critico sono banditi e gli uomini sono ridotti ad automi per un benessere che li rende schiavi del potere tecnico-scientifico. In questa “distopia” la riproduzione umana è interamente extrauterina e gli esseri umani sono divisi in caste in ordine decrescente di capacità cognitive (Alfa, Beta, Gamma, Delta, Epsilon). Un droga chiamata soma, una sorta di oppio, provvede ad ogni eventuale infelicità, calma la collera, riconcilia coi propri nemici, rende pazienti e tolleranti. Tutti possono essere virtuosi. Il soma è “il cristianesimo senza lagrime”. La libertà è quella “di essere uno zipolo rotondo in un buco quadrato”.

Questo “mondo nuovo” ha sostituito l’idea del progresso con l’idea del progresso tecnologico, che non ha come fine la verità, il bene comune, ma ha come unico obiettivo la crescita della potenza, la performatività ovvero il miglior rapporto input/output per accrescere la potenza. Attualmente, come ci ha rivelato Lyotard ne La condition postmoderne (1979), “l’accrescimento della potenza, e la sua autolegittimazione, passa attraverso la produzione, la memorizzazione, l’accessibilità e l’operabilità delle informazioni”.

Il pensiero calcolante ignora l’unicità dei singoli fatti e dei singoli uomini. “Solo dalla consapevolezza dell’unicità della mia vita sorge religione – scienza – arte””, annota Wittgenstein nei suoi Quaderni 1914-1916.  Con Wittgenstein “sentiamo che, anche una volta che tutte le possibili domande scientifiche hanno avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppur toccati”(Tractatus logico-philosophicus, prop. 6.52). Afferma perentoriamente Wittgenstein:”Il mondo è indipendente dalla mia volontà”(prop. 6.373). Aggiunge:”Anche se tutto ciò che desideriamo avvenisse, tuttavia ciò sarebbe, per così dire, una grazia del fato, poiché non v’è, tra volontà e mondo, una connessione logica che garantisca tale connessione, e comunque questa stessa supposta connessione fisica non potremmo volerla a sua volta”(6.374).

Il pensiero calcolante pretende di fornirci, su una media delle statistiche e degli algoritmi, un elenco dei vantaggi umani (ricchezza, salute, successo). Ma è proprio vero che si possono calcolare razionalmente tutti i vantaggi e gli interessi dell’uomo? La razionalità, come ci ha svelato Dostoevskij in Memorie dal sottosuolo, è “una bella cosa, ma la razionalità è solo la razionalità e soddisfa soltanto la facoltà ragionativa”, mentre “il ‘volere’ è l’espressione di tutta la vita, cioè di tutta la vita umana che comprende la ragione, ma anche tutti i vari capricci. E’ del tutto naturale che io voglia vivere per soddisfare tutte le mie capacità di vivere e non per soddisfare solo la mia capacità ragionativa, cioè come un ventesimo della mia intera capacità di vivere”. La vita non può ridursi all’”estrazione di una radice quadrata”. E’ una errata supposizione che l’uomo debba necessariamente volere ciò che è sensatamente vantaggioso. “L’uomo ha bisogno soltanto di essere indipendente nella sua volontà di scelta, qualunque prezzo abbia la sua indipendenza e ovunque lo conduca”. Per questo “l’uomo, sempre e ovunque, chiunque esso sia, ama agire come vuole e non come consigliano la ragione e l’interesse; perché si può volere anche ciò che è contrario al proprio vantaggio ma a volte è positivamente indispensabile”.

Se la potenza della tecnica diventa totalitaria e cresce a dismisura, rischia di oltrepassare di gran lunga la nostra volontà e la nostra capacità decisionale e perde il suo limite. Di conseguenza la tecnologia dissolve ogni resistenza culturale e si assolutizza, non riesce più a pensarsi e diventa una corsa verso il nulla. Se la tecnologia è tutto, la performatività diventa l’unico criterio di legittimazione del sapere e dell’agire. Cade ogni limite tra il reale e il virtuale, tra l’umano e il non umano, tra il giusto e l’ingiusto, tra la civiltà e la barbarie.

Per pensare la metamorfosi il pensiero puramente calcolante della tecnologia è insufficiente, occorre quello che Heidegger ha chiamato nel suo scritto Gelassenheit  (1955) “il pensiero meditante”.

Il pensiero calcolante è concepito tradizionalmente come un rappresentare, come un volere. Pensare è volere e volere è pensare. Il mondo appare come un oggetto, un oggetto da usare e dominare.

Il pensiero meditante, invece, si risveglia quando il nostro essere è disposto a lasciarsi ricondurre, ad abbandonarsi a ciò che non è un volere. Nell’abbandono (Gelassenheit), che non è passività, né un debole lasciar correre e un lasciar andare le cose per il loro verso, si cela un senso più elevato dell’agire. L’abbandono è il restare in attesa di qualcosa, senza sapere di che cosa. Il pensiero meditante è aperto all’inconcepibile, alla metamorfosi del mondo, a ciò che non dipende dalla nostra volontà.

Se continua a dominare il pensiero unico, siamo impreparati a comprendere questa radicale metamorfosi. Ciò che è inquietante è che non siamo ancora capaci di confrontarci adeguatamente, attraverso un pensiero meditante, con ciò che sta cambiando. Se ci fosse questo confronto e coltivassimo il pensiero meditante, siamo convinti con Heidegger che il nostro rapporto col mondo della tecnica diventerebbe “semplice e sicuro. Si tratterà infatti di lasciar entrare nel nostro mondo di tutti i giorni i prodotti della tecnica e allo stesso tempo di lasciarli fuori, di abbandonarli a se stessi come qualcosa che non è nulla di assoluto, ma che dipende esso stesso da qualcosa di più alto”.

FRANCESCO BELLINO                                                   

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